Disegnare, scrivere, creare arte sono delle abilità, sono dei rituali, sono delle manifestazioni dello spirito umano, trascritte in migliaia di medium e stili nel corso di millenni di storia.
Cosa hanno fatto le aziende tech di questo fantastico aspetto della nostra essenza umana? Hanno rimosso il rituale, l’impegno, l’inconvenienza dal creare.
Siamo arrivati ad un punto in cui ogni forma di intrattenimento è separata da noi solamente da un click. Possiamo consumare migliaia di contenuti durante un giorno. Algoritmi di raccomandazione hanno eliminato l’inconvenienza di scegliere in modo attivo ed interagire con il nostro intrattenimento.
Il giradischi non ha nulla di questo. É vecchio, è inconveniente, riproduce musica scelta da te. É un rituale.
Un grande film rimane tale, ma lo sentiamo ancora così quando è stato scelto da un algoritmo? Guardato al telefono piuttosto che al cinema?
Apprezziamo allo stesso modo un album quando non l’abbiamo mai tenuto fisicamente in mano? Quando non abbiamo guardato fisicamente la copertina e le foto all’interno ogni volta che lo vogliamo ascoltare?
In tutti i casi la cosa che stiamo consumando è la stessa, tuttavia le cose fisiche hanno un contesto, una storia percepibile, un rituale.
Consumare tutto digitalmente ricontestualizza tutte queste forme d’arte nella stessa scatola, nella stessa esperienza di tutto: il content.
La convenienza non è malvagia, è qualcosa che tutti vogliono, anche solo per avere più tempo, ma quando essa è così immediata, così veloce che siamo separati dal processo di creazione e di scoperta, rimuovendo spazi sociali e rimuovendo le nostre interazioni con il mondo che ci circonda, è davvero una cosa buona?
Interagire con le cose fisicamente, ce le fa conoscere meglio. Le rende nostre, ci dà un nuovo livello di apprezzamento, é il modo in cui impariamo.
Ormai la convenienza ha rimosso quel senso di comunità e intimità che abbiamo con le cose, con i luoghi che, una volta, erano un campo fertile per queste esperienze magiche.
Morte all’IA generativa.

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