Il grande pellegrinaggio
Esattamente un anno fa mi trovavo davanti alla mia scrivania con le mani nei capelli, di fronte ad uno schermo nero che proiettava innumerevoli righe di testo bianco. Scorrevano all’infinito, con l’occasionale pausa per prendere il mio consenso, mentre trattenevo il respiro nella speranza di non aver scambiato un’opzione per un’altra, di non aver selezionato un driver sbagliato oppure, peggio di tutto, di non incappare in qualche errore la cui natura è conosciuta solo da un ignoto su Reddit.
Eh sì perché per quanto anche io frequentassi certi spazi online, non avevo (e non ho ancora) la minima idea di ciò che stava accadendo sotto il cruscotto del mio schermo. Ho sempre ammirato Linux e tutto il retaggio di ideologie che esso porta con sé, ma da lontano. Non ho mai avuto il coraggio di spostarmi dalle comodità di Windows: facile da installare, intuitivo da usare, personalizzabile e soprattutto universale. Ogni singolo programma mai esistito è stato scritto e programmato per funzionare su Windows (fatta eccezione per alcuni programmi esclusivi Apple insomma), e questa è una caratteristica così scontata che, solo al minimo pensiero di dover passare in un ambiente dove ciò non è garantito, la maggior parte delle persone sceglie di rimanere nella comodità delle braccia di Microsoft.
Eppure io ho deciso di fare questo salto nel vuoto. Non uso programmi di Adobe — probabilmente l’azienda di software più avida degli ultimi tempi —, non gioco a giochi online competitivi che hanno anti-cheat durissimi e pericolosi, e soprattutto per mia fortuna sono cresciuto con il computer e quindi so sporcarmi le mani per risolvere problemi che, date le mie conoscenze, non dovrei saper risolvere. Insomma, passo dopo passo, ho capito che le uniche cose che Linux richiede sono pazienza e olio di gomito: ecco come ho iniziato il mio viaggio nel mondo open-source.
L’ideologia
Ma cosa mi ha spinto a farlo? Come vedremo più avanti, sicuramente la Microsoft si è impegnata a rendere Windows sempre più inutilizzabile con il passare del tempo, ma non è questo l’unico motivo (e neanche il principale) per cui sono passato a Linux. La cosa che mi ha attratto di più dell’OS pinguino (Tux, la mascotte dei sistemi operativi Linux) è stata la community, o meglio, la centralità della community nella gestione del sistema operativo stesso. GNU/Linux è forse l’esempio di progetto open-source che ha avuto più successo di sempre. Dalla sua concezione negli anni ’90 ad opera di Linus Torvalds, Linux è riuscito a rendere concreto il sogno di una vera e propria nuova ideologia della proprietà digitale, dove i programmi sono scritti in modo trasparente, dove tutti possono vedere il codice, e non solo.
Un software open-source (dunque un programma rilasciato con delle licenze specifiche, che non avrebbe senso elencare in questo articolo personale) spesso è portato avanti dalla comunità stessa. Ogni singola persona interessata, qualora ne avesse le capacità, può: scaricare il codice sorgente del programma, aggiungere, sistemare o rimuovere delle funzionalità, segnalare problemi, suggerire nuove funzioni ed, in generale, avere un impatto sul futuro dello sviluppo di quel programma. Queste modifiche degli utenti fluiscono quasi letteralmente in un fiume di modifiche, fino ad arrivare upstream, ovvero nelle versioni ufficiali del software.
Questo perché i software open source sono per loro natura gratuiti e non vengono sviluppati per il profitto dei privati, ma per il bene di tutti. Può sembrare utopico, eppure è la realtà, perlomeno digitale. Linux è alla base di tutta l’infrastruttura server di cui usufruiamo tutti i giorni, senza di lui il mondo sarebbe molto diverso. Ma non è l’unico esempio: proprio per la sua natura aperta, Blender è diventato il software di modellazione 3D più utilizzato nella storia e, permettetemi di dirlo, sta diventando il miglior programma per tutto ciò che riguarda il mondo del 3D. Questo perché i software open-source sono destinati a migliorare nella maggior parte dei casi, qualora il progetto prenda piede e si diffonda tra gli utenti.
Questi vincoli di trasparenza e di comunità fanno sì che un programma open source sia spesso molto più etico di un programma chiuso, proprietà di un’azienda. In un momento storico come questo, dove i poteri mondiali mettono sempre più pressione sul mondo di internet ormai diventato una landa desolata di bot e IA, scegliere di utilizzare solamente (o quasi) software open-source è sia un segno di ribellione, ma è anche una decisione di tutela personale.
I primi passi e la svolta
Spinto da questa meravigliosa filosofia estremamente materiale seppur digitale, l’anno scorso ho deciso di bagnare i piedi nel mondo Linux installando l’OS su un SSD esterno, così da poterci entrare a piacimento senza sostituire Windows sul mio PC. Da subito ho preso una grandissima boccata di aria fresca: mi sembrava di essere entrato in un mercato a chilometro zero digitale, dove potevo scegliere tra innumerevoli sapori di Linux, ovvero le distro.
Linux, più che un sistema operativo, è un kernel, ovvero il nucleo di un sistema operativo: è il ponte tra hardware e software. Quando però parliamo di Linux come sistema operativo, ci riferiamo solitamente ad una determinata distro. Le distro basate su Linux sono tantissime ed offrono esperienze totalmente diverse, pur condividendo la stessa base aperta di fondo. Dalle più stabili a quelle con le funzionalità di avanguardia, ce ne sono di tutti i gusti e scegliere non è proprio semplice.
Inizialmente utilizzai Manjaro Linux, una distro basata su Arch, un’altra distro (sì, capita spesso). Arch Linux è una distribuzione molto famosa, principalmente perché i suoi utenti tendono a ricordare la loro scelta ovunque su internet. Viene definita una distro minimal e rolling release: in pratica una distribuzione “bricolage” che offre i minimi elementi per far funzionare il computer, lasciando all’utente la possibilità di costruire il proprio sistema operativo pezzo per pezzo, utilizzando le ultimissime versioni di ogni software presente sul mercato. Quest’ultima caratteristica la rende piuttosto instabile: un aggiornamento può rompere alcuni pezzi del sistema.
Ovviamente Arch non è raccomandata per gli utenti che hanno semplicemente bisogno di un computer da usare, poiché richiede lo studio della sua documentazione, storicamente una delle guide Linux migliori: è proprio questo il motivo per cui l’ho scelta, nonostante la mia mancanza di esperienza. Non lo consiglierei a nessuno, probabilmente non lo rifarei.
Tuttavia, installare e sopratutto rompere moltissime volte Arch mi ha insegnato tante, troppe cose. Dopo circa tre mesi di “prova” sull’SSD, ho deciso di fare il passo avanti e di installare, il 12 luglio 2025, Arch Linux sulla mia macchina principale, e non ho più guardato indietro.
Niente aggiornamenti forzati, un sistema scattante e totalmente modulare, una community che fa funzionare ogni programma, anche quelli non ufficialmente supportati, tramite una libreria online chiamata AUR: insomma, ero al settimo cielo. Usare il computer non è mai stato così divertente. Mi è sembrato di tornare piccolo, quando esploravo il computer di mio padre ed ogni cosa mi sembrava nuova.
I videogiochi funzionano semplicemente aprendoli con Steam, c’è un’alternativa ad ogni programma proprietario che avevo su Windows. Non ho un desktop, ma un sistema che mette “a piastrella” le finestre. Non ho una barra in basso perché non mi serve, ma ho scelto di metterne una in alto totalmente diversa da ciò che avevo su Windows. Apro i programmi premendo semplicemente due tasti. Ma sopratutto, decido io ogni cosa. Più che mania di controllo, si tratta di libertà.
2026: l’anno del pinguino?
Come ho accennato prima, Microsoft si sta buttando la zappa sui piedi. Sono anni che peggiora il suo sistema operativo aggiungendo funzionalità che nessuno vuole, ignorando la community ed i singoli utenti e introducendo intenzionalmente sempre più elementi rischiosi per la privacy: chatbot IA, elementi di telemetria abilitati all’avvio e nascosti nelle impostazioni.
Microsoft è responsabile di grandi investimenti nel settore dell’Intelligenza Artificiale, che non sappiamo ancora dove ci porteranno, ma sicuramente non verso un futuro migliore, dato che hanno causato il ripido aumento dei prezzi delle memorie di ogni tipo, oltre che delle schede grafiche. La frustrazione nei confronti della casa di Redmond è palpabile e reale, si può toccare in tutto il mondo e si è tradotta, nel 2026, in una vera e propria ondata migratoria verso Linux.
Gli utenti si stanno rendendo conto che non è il loro hardware ad essere obsoleto, ma il software: Windows ha una quantità di spazzatura digitale che il computer è sempre impegnato a processare, in tutti i modi. Ha dei requisiti che promuovono l’obsolescenza programmata, oltre che il controllo digitale. Questo ha portato gli utenti a chiamare la madre di Windows Microslop, in riferimento allo scarto spacciato per novità che dà ai propri utenti.
Gli utenti di internet si stanno gradualmente rendendo conto che una vita digitale libera, che non opprime la propria vita vera, è davvero possibile. Forse siamo davvero negli anni del pinguino.

Lascia un commento